Economia di Cuneo: Ferrero e l'agroalimentare
21/06/2026
La provincia di Cuneo occupa una posizione strutturale nell'economia del Nord-Ovest italiano che va ben oltre la sua conformazione geografica: adagiata tra le Alpi Marittime e la pianura padana meridionale, essa ospita un tessuto produttivo di rara coerenza interna, dove l'agroalimentare non è un settore residuale ma il nervo portante di un sistema che genera valore aggiunto lungo tutta la filiera, dalla materia prima alla distribuzione internazionale. Parlare di economia di Cuneo e distretto dolciario Ferrero significa entrare nel merito di una configurazione industriale che ha pochi equivalenti in Europa: un'azienda privata di dimensioni globali che ha scelto di mantenere il proprio cuore operativo in una città di provincia, condizionando — nel senso più tecnico del termine — l'intero ecosistema economico locale.
Alba, capoluogo delle Langhe e sede storica del gruppo Ferrero, non è semplicemente il luogo in cui nacque Pietro Ferrero nel 1898; è il punto di gravitazione attorno al quale si è organizzata, nel corso di decenni, una rete di fornitori, logistica, servizi specializzati e capitale umano qualificato che oggi costituisce un distretto de facto, anche laddove la classificazione ufficiale non lo riconosce come tale. Il modello di sviluppo che ne è derivato presenta caratteri di resilienza notevoli: la monocoltura produttiva intorno a un unico player dominante, che in altri contesti ha prodotto fragilità sistemica, qui è stata compensata dalla diversificazione agricola e dalla presenza di un'agricoltura d'eccellenza — vini DOCG, nocciole, tartufo — capace di attrarre investimenti autonomi e di sostenere una domanda di lavoro qualificato indipendente dal ciclo Ferrero.
Comprendere le dinamiche di questo territorio richiede di tenere insieme scale di analisi diverse: quella micro, che riguarda le singole imprese agroalimentari e le loro strategie competitive; quella meso, che attiene alla struttura del distretto e alle sue infrastrutture relazionali; quella macro, che collega Cuneo ai flussi globali di materie prime, ai mercati di esportazione e alle politiche agricole europee. Nessuna di queste scale è sufficiente da sola, e proprio questa complessità rende il caso cuneese uno dei più istruttivi per chi si occupa di sviluppo locale e politica industriale.
Il peso del gruppo Ferrero nell'economia provinciale
Quantificare l'impatto economico di Ferrero sulla provincia di Cuneo richiede di andare oltre i dati di fatturato consolidato — che al 2025 superava i 17 miliardi di euro a livello globale — per ragionare in termini di moltiplicatore locale: ogni euro di valore aggiunto prodotto nello stabilimento di Alba genera una quota significativa di attività indotta nei settori della logistica, del packaging, della manutenzione industriale e dei servizi professionali. Lo stabilimento albese, tra i più grandi d'Europa nel settore dolciario, impiega direttamente alcune migliaia di addetti con salari mediamente superiori alla media provinciale del manifatturiero, contribuendo in modo determinante alla tenuta dei consumi locali anche nei cicli economici avversi. La struttura proprietaria familiare — il gruppo è interamente controllato dalla famiglia Ferrero attraverso la holding lussemburghese — ha storicamente garantito una continuità strategica che le aziende quotate in borsa faticano a replicare: le decisioni di investimento produttivo non sono soggette alla pressione trimestrale degli analisti, e questo si riflette in una politica di reinvestimento locale costante, che ha portato negli anni a successive espansioni dello stabilimento e al rafforzamento della ricerca applicata nei laboratori di Alba.
Il rapporto tra Ferrero e il territorio si articola anche attraverso la Fondazione Ferrero, che dal 1983 gestisce programmi culturali, formativi e di welfare destinati agli ex dipendenti e alla comunità locale; una forma di capitalismo territoriale che ha contribuito a costruire un consenso sociale attorno all'azienda difficilmente misurabile con gli strumenti economici standard ma concretamente visibile nella qualità dei servizi urbani di Alba e nei livelli di coesione sociale della zona.
La filiera della nocciola: integrazione verticale e mercato globale
La nocciola Tonda Gentile delle Langhe — varietà autoctona del Piemonte meridionale, riconosciuta con IGP e considerata tra le migliori al mondo per contenuto lipidico e profilo aromatico — rappresenta la materia prima attorno alla quale si struttura la più intensa forma di integrazione verticale del sistema cuneese: Ferrero, attraverso la controllata Ferrero Hazelnut Company, gestisce direttamente una quota rilevante della catena di approvvigionamento globale delle nocciole, coordinando contratti pluriennali con produttori in Italia, Turchia, Cile e Georgia, ma mantenendo nel Cuneese il baricentro qualitativo della selezione e della prima trasformazione. Per i coltivatori locali, questo significa l'accesso a un canale di vendita stabile e remunerativo, ma anche la sottoposizione a standard qualitativi stringenti che richiedono investimenti continui in meccanizzazione e gestione agronomica; una tensione produttiva che ha selezionato nel tempo un tessuto di imprese agricole mediamente più capitalizzate e tecnologicamente avanzate rispetto alla media regionale. La superficie a nocciolo nella provincia di Cuneo ha registrato negli ultimi esercizi una progressiva espansione, trainata dalla domanda crescente dell'industria dolciaria e da prezzi alla produzione stabilizzati dai contratti di lungo periodo, generando al contempo discussioni sul rischio di monocoltura e sulla pressione paesaggistica in zone di pregio viticolo.
Vino, tartufo e diversificazione dell'eccellenza agroalimentare
Oltre la sfera d'influenza diretta di Ferrero, la provincia di Cuneo ospita un arcipelago di eccellenze agroalimentari che si reggono su logiche di mercato radicalmente diverse, fondate sulla rarità, sulla territorialità e su un posizionamento premium che attrae domanda internazionale di fascia alta. Le denominazioni viticole delle Langhe — Barolo e Barbaresco su tutte, ma anche Dolcetto d'Alba, Barbera d'Asti nelle zone di confine e le emergenti denominazioni del Roero — costituiscono un sistema di valore che nel 2025 ha superato complessivamente il miliardo di euro di export, con mercati di riferimento negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera e, con quote crescenti, in Asia orientale. La struttura produttiva viticola è frammentata e policentrica: accanto a grandi cantine cooperative e a brand storici di respiro internazionale come Gaja, Ceretto o Marchesi di Barolo, opera una costellazione di piccoli produttori familiari la cui capacità di presidio qualitativo e di costruzione della reputazione attraverso i canali diretti — enoturismo, vendita in cantina, relazioni con la critica specializzata — costituisce un modello di sviluppo difficilmente replicabile in contesti privi dello stesso capitale reputazionale territoriale.
Il tartufo bianco d'Alba (Tuber magnatum Pico) occupa una nicchia di mercato ancora più estrema: quantità limitate, stagionalità rigida, impossibilità di coltivazione controllata e prezzi che oscillano tra i mille e i quattromila euro al chilogrammo a seconda dell'annata e della pezzatura, ne fanno un prodotto-simbolo che alimenta un indotto turistico e gastronomico di assoluto rilievo. La Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d'Alba, giunta nel 2025 alla sua novantasettesima edizione, porta ogni autunno decine di migliaia di visitatori da tutto il mondo, con una ricaduta stimata sull'economia locale che supera i 200 milioni di euro considerando l'intera stagione trufficola. La gestione della risorsa tartufigena pone però sfide crescenti in termini di sostenibilità ambientale e governance territoriale: la pressione antropica nelle aree boschive, la gestione dei diritti di ricerca e la tutela delle tartufaie naturali richiedono strumenti normativi e di vigilanza che la legislazione regionale sta progressivamente affinando.
Infrastrutture, logistica e limiti strutturali del sistema
La competitività del sistema agroalimentare cuneese si scontra con un limite strutturale di lunga data che nessun piano di sviluppo locale ha ancora risolto compiutamente: l'accessibilità infrastrutturale della provincia, circondata su tre lati dalle Alpi e collegata al resto della pianura padana attraverso una rete stradale e ferroviaria che sconta decenni di sottoinvestimento. Il collegamento con il porto di Genova — naturale sbocco per le esportazioni — avviene attraverso la A6 Torino-Savona e il valico di Altare, un corridoio che sopporta volumi di traffico pesante crescenti ma che non dispone ancora di un adeguato complemento ferroviario merci; la linea Cuneo-Ventimiglia, affascinante opera ingegneristica del primo Novecento, offre capacità di trasporto insufficienti per le esigenze logistiche attuali. Sul versante francese, la riapertura del tunnel ferroviario del Tenda — danneggiato dall'alluvione del 2020 e oggetto di lavori di ammodernamento che si protraggono ben oltre le scadenze previste — rimane un nodo irrisolto che penalizza l'integrazione con il sistema economico della Côte d'Azur e del sud della Francia. Queste criticità non vanificano la vitalità produttiva del territorio, ma incidono sui costi logistici delle imprese e sulla loro capacità di rispondere con rapidità alle variazioni della domanda internazionale.
Prospettive per il sistema produttivo locale al 2026 e oltre
Il sistema economico della provincia di Cuneo si trova nel 2026 a dover gestire simultaneamente opportunità di espansione e pressioni di trasformazione che richiedono capacità di risposta adattiva a livello sia aziendale che istituzionale: la transizione verso modelli agricoli a minore impatto ambientale, richiesta dalle normative europee e incentivata dai nuovi regimi di pagamento della PAC, interseca le strategie di approvvigionamento di Ferrero — che ha assunto impegni pubblici sulla sostenibilità della filiera nocciolicola entro il 2030 — e le scelte colturali dei produttori viticoli, sempre più esposti alle conseguenze del cambiamento climatico sulle rese e sui profili organolettici dei vini. La digitalizzazione delle filiere agroalimentari, con l'adozione di sistemi di tracciabilità basati su blockchain e di sensori IoT per la gestione agronomica di precisione, sta avanzando a velocità disomogenea: le grandi cooperative e le imprese più capitalizzate hanno già integrato questi strumenti nei loro processi, mentre la piccola azienda familiare — che rimane la cellula base del tessuto produttivo locale — sconta spesso un deficit di competenze digitali e di accesso al credito che ne rallenta l'aggiornamento tecnologico. In questo quadro, la capacità del sistema cuneese di preservare la propria identità produttiva pur evolvendo nei metodi e nelle relazioni di mercato dipenderà in misura decisiva dalla qualità delle politiche di accompagnamento che le istituzioni locali, regionali ed europee sapranno mettere in campo nei prossimi anni.
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Annalisa Biasi è content creator e articolista focalizzata su cultura, attualità e storie dal territorio. Ama raccontare persone ed eventi con uno stile chiaro, empatico e contemporaneo.